CARCERE, DENTRO C'È MOLTO DI PIÙ

Creatività in carcere

La Casa Circondariale Santa Maria Maggiore a Venezia, ospita persone in attesa di giudizio o con pene brevi. Molti però vi trascorrono anche tre o più anni e per questo è importante investire il tempo in carcere in un percorso di consapevolezza e apprendimento, utile a reinserirsi nel mondo del lavoro e a sentirsi nuovamente parte attiva della società, quando usciranno. Auspicando una diminuzione di recidiva.
Il lavoro creativo si dimostra un’eccezionale leva motivazionale per mettersi alla prova, scoprire nuove qualità e migliorarsi. Poter realizzare le proprie idee e apprendere nuove tecniche di espressione innesca un meccanismo virtuoso di soddisfazione ed impegno, che apre la mente e stimola la curiosità. Quando poi il risultato della propria creatività non è fine a sé stesso, ma viene proposto al di fuori del carcere e venduto nella società libera, questo tesse un importante legame tra dentro e fuori, donando una nuova prospettiva e maggior valore al proprio impegno.

La presenza all’interno del carcere di un laboratorio di serigrafia artigianale, gestito dalla coop Rio Terà dei Pensieri, diventa il motore per attivare un percorso formativo incentrato sul lavoro artigianale e l’espressione creativa. Scopo del progetto è anche l’inserimento lavorativo di alcuni detenuti all’interno del laboratorio.

Il percorso formativo

Venerdì 4 novembre 2022, coordinato dal collettivo artway of thinking, ha inizio il workshop di storytelling e stampa serigrafica che ha coinvolto 25 detenuti, con età tra i 23 e i 45 anni, di cui oltre 80% stranieri con bassa scolarizzazione e conoscenza della lingua italiana.
L’obiettivo finale: co-creare i contenuti per una collana di taccuini in dieci varianti: dieci diversi sguardi che raccontano la vita in carcere. Ma il percorso è stata l’occasione per riflettere su sé stessi, osservare l’ambiente, condividere, sognare, imparare nuove tecniche ed esprimersi attraverso la propria creatività.

Varcare le porte del carcere, sentire il rumore delle sbarre chiudersi alle spalle, mettersi a confronto con inimmaginate condizioni di vita, superare i preconcetti sui carcerati… la prima sfida è stata entrare in relazione, creare un piano di fiducia reciproca e un interesse a lavorare insieme per realizzare l’obiettivo comune.

Materiali e strumenti di lavoro dovevano passare il controllo: niente cellulari o macchine fotografiche, pennarelli a base di alcool, matite appuntite, righelli, temperini o taglierini… la busta-kit -made in prison by Malefatte- consegnata ai partecipanti conteneva 9 schede-vademecum (istruzioni per il lavoro nel workshop e in cella) 5 pastelli a cera e 3 carboncini di grafite, una penna, un notebook, 2 pennarelli indelebili all’acqua, fogli bianchi e di acetato trasparente, una tavoletta di supporto.

Ci riunivamo settimanalmente nella stanza comune più ampia, il luogo di culto, disponendo tavoli e sedie per il lavoro di gruppo, appendendo man mano i disegni e gli scritti prodotti alle lunghe pareti, fino a creare un’esposizione collettiva di tutti gli elaborati, dove il pubblico (gli stessi dentuti) poteva lasciare impressioni e commenti, usando i post-it. Quando serviva, usavamo il pavimento per stendere grandi rotoli di carta su cui dipingere ampi gesti di colore. Finite le sessioni di workshop, ognuno usciva portando con sé il proprio kit e il lavoro continuava in cella, individualmente.

Liberare l’espressione creativa, individuare gli elementi di una storia, generare un concept narrativo e grafico, stampare in serigrafia: sono state le quattro fasi del percorso formativo.

Liberare l’espressione creativa

Davanti al foglio bianco la solita impasse: da dove comincio? C’è un modo giusto e uno sbagliato per raccontare la mia storia, il mio vissuto? Ne sarò capace?
Cominciamo scarabocchiando, lentamente o freneticamente, ognuno a suo modo, riempiendo fogli e fogli… per poi passare a rappresentare un gesto attraverso un solo segno: volare, strisciare, ruotare, stare immobili. E poi ancora colori acrilici, pennelli, grembiuli e una superficie per dipingere grande quanto la stanza, tutti insieme liberi nell’espressione creativa.

Individuare gli elementi di una storia.
Autoritratti del Multi-io

Autoritratto in quattro parti (corpo-emozioni-intelletto-energia), l’osservatore esterno e il dialogo interno, il lato oscuro, autoritratto specchiante, il ritratto di gruppo: sono alcuni dei modi usati per narrare di sé e delle relazioni con gli altri detenuti. Forme creative -individuali e collettive– per riflettere sulla “gabbia mentale” che intrappola ognuno di noi inconsapevole e limita la nostra capacità di cambiare: una prigione… nella prigione, in questo caso.

Individuare gli elementi di una storia.
Lo spazio, la quotidianità

Lo sguardo narrativo sulla vita in carcere si sposta dal sé allo spazio. A prima vista rappresentare la propria cella sembra un esercizio facile, ma senza un obiettivo fotografico -che cattura in un istante tutte le suppellettili nella stanza illuminata di luce filtrata dalle sbarre- e senza avere nozioni di assonometria o prospettiva… l’impresa si fa più ardua. Usiamo allora degli escamotages: Plexi-Photo, Frottage… semplici tecniche che catturano la forma e la qualità delle superfici e soprattutto richiedono all’occhio di essere attento e curioso, di non fermarsi al primo sguardo, di approfondire, cercare e andare oltre, fino a mappare anche il più piccolo particolare, fino ad allora mai osservato.

Concept grafici per dieci taccuini

I numerosi elaborati visivi e gli scritti dei detenuti, ricchi di emozioni, riflessioni e storie personali dovevano essere ordinati per entrare nei 10 notebook in formato A5: 10 narrazioni della vita in carcere, che sarebbero in questo modo uscite dal carcere per mostrarsi ad altri occhi.
Per questo la fase di concept generation prevedeva la collaborazione tra i detenuti e 20 studenti del Master di Specializzazione in Graphic Design della Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, guidati da Cristina Zanato attraverso due incontri all’interno del carcere, con lo scopo di condividere e discutere i 10 concept visivi elaborati e infine presentare i menabò della collana per definire il progetto grafico esecutivo per la stampa.

Taccuini dal Carcere, una collana di 1000 pezzi handmade in prison

I taccuini (notebook per appunti) sono stati stampati a mano in 100 copie numerate per ognuna delle 10 varianti su una selezionata serie di carte FAVINI, rilegati a punto singer e colorati sul bordo pagina, per valorizzare ogni numero in collana.
Ogni notebook è composto da 60 pagine bianche e un inserto centrale che riporta i racconti illustrati dei detenuti. L’inserto è stampato in risograph – tecnica digitale che riprende la serigrafia – nella Scuola Internazionale di Grafica, mentre le 1000 copertine sono state realizzate con stampa serigrafica, nel laboratorio del carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia.
I manufatti numerati sono in vendita nel negozio Malefatte a Venezia o direttamente in questo e-commerce.

Il ricavato sosterrà le attività in carcere a cura della coop Rio Terà dei Pensieri.

In collana: Lo spazio-cella | Cosa c’è dentro | Cosa manca dentro | Cosa c’è più dentro che fuori | Autoritratto in Quattro Parti | Il Lato Oscuro | Autoritratto Specchiante | Ritratto di Gruppo | La mia storia | Evasioni.

Colophon

Promosso da
Rio Terà dei Pensieri Cooperativa Sociale
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Ideazione e curatela
artway of thinking, Cristina Zanato
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Con la partecipazione di
Scuola Internazionale di Grafica – Venezia
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Graphic design
Studenti del Master di Specializzazione
in Graphic Design / Scuola Internazionale
di Grafica – Venezia A.A. 2022/2023
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Produzione
Malefatte di Rio Terà – Made in prison
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Beneficiari
Detenuti della Casa Circondariale
Santa Maria Maggiore di Venezia
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Design e comunicazione
Cristina Zanato, Stefania Mantovani
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Video making
Giacomo Zanella
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Ufficio Stampa
Sara Armellin
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Sponsor tecnico
Cartiere FAVINI
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In collaborazione con
M9

Sabato 11-11-2023, ore 16.00 | Museo M9 Venezia-Mestre

Evento di presentazione al pubblico
Ingresso libero